Cenotes messicani, le piscine naturali per i sacrifici umani dei Maya

In un tour della Penisola dello Yucatan, una tappa obbligata sono i cenotes. In lingua maya i ‘dzonot‘ (acqua sacra), sono grotte solitamente caratterizzate da dei fori naturali, al cui centro si nascondono laghi naturali abbracciati da liane o da conformazioni carsiche. La storia li ha strettamente connessi al concetto di morte, un concetto particolarmente sentito anche nella cultura moderna, talvolta esorcizzata nella rappresentazione pittoresca e goliardica dei teschi.

CARATTERISTICHE E GEOLOGIA: la loro formazione viene fatta risalire al pleistocenico. Milioni di anni fa lo Yucatan era una barriera corallina. Durante l’ultima era gliaciale, il livello degli oceani diminuì portando barriera e coralli in superficie. La barriera morì e si formò una superficie calcarea. Questo calcare interessò il primo stadio rendendo l’acqua acida. Ogni cenote vive quattro stadi. Il primo stadio di ‘caverna’ è quello in cui nasce. L’acqua acida del terreno discioglie la calcite e rendere il terreno friabile. Nel secondo stadio ‘il cenote giovane’ collassa parzialmente nella zona soprastante aprendo un varco agli agenti atmosferici esterni. Nel terzo stadio ‘il cenote maturo’ si colma di detriti che rendono meno profonda la roccia. Nel quarto stadio il ‘cenote asciutto’ si riempie completamente di detriti consentendo la formazione di piante. Si formarono con questi assestamenti terrestri cunicoli di grotte e cavità. Al termine dell’ultima era glaciale a seguito del riscaldamento del pianeta, i ghiacciai si sciolsero e le caverne si allagarono regalandoci i meravigliosi spettacoli che oggi possiamo ammirare. I cenotes erano utilizzati come uniche fonti di acqua nella giungla e rappresentavano un luogo fondamentale per i sacrifici umani. In molte di questi cenotes, ad es.Xkeken, si ammirano rigogliose formazioni calcaree. Soffitti e pavimenti pullulano di stalattiti e stalagmiti. L’acqua in entrata si chiama ‘spring side’ quella in uscita ‘sifon side’. Alcuni presentano acqua dolce, altri hanno canali di comunicazione con il mare e quindi l’acqua risulta lievemente salata. Il Cenote Sacro, il più interessato dalle vicende sacrificali, è oggi conosciuto come Ik Kil (o Azul Sagrado o Sacro Cenote Blu). Ha un diametro di 60 metri, una profondità di 39 metri e un’altezza di 25,6 metri.

SACRIFICI UMANI: Questi luoghi rivestivano una grande importanza nella cultura Maya. Erano considerati veri e propri luoghi sacri. Erano porte di accesso al mondo spirituale. Li consideravano ‘Xibalba’, luoghi dove vivevano gli spiriti e gli dei dopo la morte. Qui ci si recava per mettersi in comunicazione con gli spiriti e con gli Dei attraverso preghiere, riti e sacrifici umani. Nel cenote spesso venivano gettati oggetti di valore, perfino monili in oro, di giada, tessuti preziosi e animali. Il sacrificio umano era una pratica estremamente diffusa nelle popolazioni precolombiane, in particolare presso gli Aztechi. I Maya ne praticavano in misura inferiore, ma non erano certo da sottovalutare. I prigionieri venivano uccisi ma non sacrificati perchè considerati di rango inferiore. I bambini spesso venivano sacrificati per placare le ire degli Dei. Le fanciulle vergini e i bambini scelti dai sacerdoti non potevano controbattere, venivano legati a pietre e gettate nelle acque del cenote. Altri, nella cultura Azteca, si presentavano volontariamente per essere stesi sul sacro chac mool dove gli veniva strappato via il cuore garantendosi un posto in paradiso. Il chac mool era una specie di altare a forma di uomo disteso in pietra su cui, nelle cerimonie meno cruente, venivano poggiate offerte agli Dei. Non c’è da stupirsi se i Maya avevano perfino una dea del suicidio e della impiccagione di nome Ixtab. Il suo compito era quello di guidare le anime dei suicidi, delle vittime sacrificali, dei guerrieri uccisi, delle donne morte di parto direttamente in paradiso. Tali sacrifici umani solitamente erano supportati da circostanze eccezionali tipo l’insediamento di un nuovo sovrano, l’inizio del calendario, la siccità. Nel Cenote Sacro di Chichén Itzá sono stati riportati alla luce circa 4000 reperti tra gioielli e idoli. Sono inoltre stati rintracciati fossili di amelidi, giaguari, mammut, bradipi e cavalli.

I cenotes nella loro dimensione naturale estremamente suggestiva e mistica, rappresentano un luogo unico al mondo. Nuotare in quelle acque e perdersi tra liane e pareti calcaree suggerisce emozioni senza tempo in un tuffo a metà strada tra goliardico presente e inquietante passato.

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